Campi Flegrei: dove il fuoco della Terra incontra le antiche leggende
Visti dall’alto, i Campi Flegrei sembrano quasi un paesaggio costruito dalla fantasia: crateri, laghi, colline vulcaniche, fumarole e coste che in alcuni punti sembrano sprofondare nel mare.
Ma qui la fantasia non è arrivata dopo la natura. In molti casi, è stata proprio la natura a fornire agli uomini gli elementi per costruire le proprie leggende.
Il territorio flegreo è infatti uno dei luoghi italiani nei quali geologia, archeologia, storia e mitologia si sono sovrapposte per secoli. Il fuoco che emergeva dal sottosuolo, le acque termali, i terremoti, il sollevamento e l’abbassamento del terreno e le emanazioni gassose dovevano apparire ai popoli antichi come manifestazioni di una realtà invisibile, a volte di natura divina, altrevolte di origine demoniaca.
Non sorprende quindi che proprio qui siano state ambientate alcune delle più celebri storie del mondo antico. Noi qui citeremo soprattutto le leggende, quindi l'ambito folkloristico, per dati scientifici vi suggerisco l'articolo di GEOPOP.
La terra dei Giganti
Il nome stesso Campi Flegrei deriva dal greco phlegraios, cioè “ardente”.
Secondo una tradizione antica, la regione sarebbe stata teatro della Gigantomachia, la guerra combattuta dai Giganti contro gli dèi dell’Olimpo.
I Giganti, figli di Gea, la Terra, tentarono di assalire gli dèi e conquistare l’Olimpo. La battaglia fu rappresentata nella mitologia come uno scontro gigantesco, nel quale montagne e massi venivano utilizzati come armi.
La tradizione più antica collocava la battaglia nella Flegra della penisola calcidica, nell’attuale Grecia settentrionale. Con il passare del tempo, però, il racconto venne trasferito anche in Italia e associato alla Campania. Gli Eubei di Cuma avrebbero contribuito a importare e adattare questa tradizione al nuovo territorio, particolarmente adatto a evocare un paesaggio dominato dal fuoco.
Diodoro Siculo (Storico greco del I secolo a.C., originario di Agirio (l'attuale Agira, in Sicilia), vissuto indicativamente tra l'80 e il 20 a.C.) arrivò a parlare esplicitamente della pianura flegrea come del luogo nel quale i Giganti sarebbero stati sconfitti e sepolti.
La leggenda trovava una spiegazione quasi naturale in un territorio costellato di crateri vulcanici.
Oltretutto bisogna considerare che, in tempi remoti, il ritrovamento di grandi ossa di animali preistorici veniva spesso interpretato come la scoperta dei resti dei Giganti. Ciò avveniva tanto in Campania quanto in Grecia. e ciò rafforzava la leggenda.
L’Averno e la porta dell’Oltretomba
Se i Giganti appartengono alla dimensione della guerra divina, il Lago d’Averno conduce invece direttamente nell’immaginario dell’aldilà.
Il lago è un antico cratere vulcanico, oggi circondato dalla vegetazione. Il suo stesso aspetto contribuì probabilmente alla fama sinistra che lo accompagnò nell’antichità.
I Greci e, successivamente, i Romani collegarono l’Averno al mondo dei morti. Il lago venne considerato uno degli accessi all’Oltretomba e il suo nome finì persino per essere utilizzato poeticamente come riferimento agli Inferi.
Il paesaggio doveva apparire ancora più inquietante quando le manifestazioni vulcaniche e le emissioni gassose erano maggiormente evidenti.
La realtà fisica del luogo contribuì così a costruire una geografia mitologica: sotto la terra non c'erano soltanto rocce e magma, ma divinità, spiriti e anime dei morti.
Anche Virgilio avrebbe inserito questi luoghi nel grande racconto dell’Eneide. È nei Campi Flegrei che si collocano alcuni degli episodi più importanti del viaggio di Enea verso l’Oltretomba, mentre la Sibilla Cumana diventa la guida del protagonista nel suo viaggio nel mondo dei morti.
La Sibilla, inoltre, rappresenta una delle figure più affascinanti dell’intero patrimonio mitologico flegreo: una profetessa capace di conoscere ciò che gli uomini non potevano vedere.
Campi Flegrei: Una terra davvero “ardente”
Dietro le leggende esiste una realtà geologica ancora più impressionante del folklore..
I Campi Flegrei non sono il classico vulcano con un unico cono. Sono una grande caldera vulcanica, in parte emersa e in parte sommersa, all'interno della quale si sono formati numerosi centri eruttivi.
L’attività vulcanica dell’area è iniziata più di 80.000 anni fa. La storia della caldera comprende due gigantesche eruzioni: quella dell’Ignimbrite Campana, circa 40.000 anni fa, e quella del Tufo Giallo Napoletano, circa 15.000 anni fa. Questi eventi contribuirono alla formazione della struttura calderica che caratterizza oggi l’area.
L’Ignimbrite Campana fu un evento di proporzioni enormi. Secondo l’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) è l’eruzione a maggiore energia conosciuta nel Mediterraneo e produsse correnti piroclastiche che ricoprirono vaste aree della Campania.
Dopo queste grandi eruzioni, l’attività non si fermò.
All’interno della caldera si sono verificati numerosi eventi eruttivi, generalmente molto più piccoli rispetto alle due grandi eruzioni che hanno contribuito alla formazione dell'attuale struttura vulcanica. L’INGV ne riconosce circa 70 negli ultimi 15.000 anni.
L’ultima eruzione dei Campi Flegrei è molto più recente di quanto si potrebbe pensare.
Avvenne nel 1538 e diede origine al Monte Nuovo, nei pressi di Pozzuoli.
Questa volta non abbiamo soltanto ricostruzioni geologiche: possediamo anche documenti storici che raccontano gli eventi.
L’eruzione iniziò il 29 settembre 1538 e durò circa una settimana. Fu caratterizzata da esplosioni freatomagmatiche e dalla formazione di correnti piroclastiche. Il vicino villaggio di Tripergole venne distrutto e il paesaggio circostante fu profondamente modificato.
Il Monte Nuovo (133 metri di altezza sul livello del mare) rappresenta quindi un caso straordinario: un vulcano nato praticamente sotto gli occhi degli abitanti dell’epoca.
Prima dell’eruzione si verificarono fenomeni di sollevamento del terreno e altri segnali precursori. Gli studi moderni hanno utilizzato insieme documenti storici, dati geologici e informazioni archeologiche per ricostruire ciò che accadde in quei mesi.
Il bradisismo: quando il terreno respira
Uno degli aspetti più affascinanti dei Campi Flegrei è proprio il famoso bradisismo.
Il termine indica il lento movimento verticale del terreno, che può comportare fasi di sollevamento e fasi di abbassamento.
Il Tempio di Serapide di Pozzuoli ne offre una delle testimonianze più spettacolari.
Sulle colonne dell’antico edificio sono visibili le tracce lasciate da organismi marini. A un certo momento della storia, infatti, l’area si trovò abbastanza abbassata da permettere al mare di sommergere parzialmente le strutture. Successivamente il terreno si sollevò nuovamente.
È quasi come se il terreno avesse una propria respirazione.
Il fenomeno è documentato anche in epoca moderna. Le crisi del 1969-1972 e del 1982-1984 provocarono importanti sollevamenti del suolo e intensa sismicità. La seconda crisi comportò l’evacuazione di migliaia di abitanti di Pozzuoli.
Dal 2005 è in corso una nuova fase di sollevamento del suolo, accompagnata da attività sismica e variazioni dei parametri geochimici e vulcanologici monitorati dagli istituti scientifici. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, a settembre 2026 il sollevamento continua, ma con una velocità che si è progressivamente ridotta: dagli inizi di febbraio 2026 la media è di circa 10 ± 3 millimetri al mese. Dal novembre 2005, nella stazione GNSS di RITE, il sollevamento complessivo ha raggiunto circa 168,5 centimetri. Nell’agosto 2026 sono stati inoltre registrati 428 terremoti, con una magnitudo massima di 3,4 ± 0,3. Il livello di allerta resta giallo.
Quanta gente vive oggi sopra la caldera?
Qui la questione diventa molto più importante.
Per secoli gli uomini hanno abitato i Campi Flegrei proprio perché il territorio offriva condizioni favorevoli alla vita, al commercio, all’agricoltura e al turismo.
Oggi, però, la densità abitativa rende la gestione di un'eventuale emergenza vulcanica una questione estremamente complicata.
La pianificazione nazionale di protezione civile individua una zona rossa nella quale, in caso di dichiarazione di allarme, l’evacuazione preventiva costituisce la misura di salvaguardia prevista per la popolazione esposta ai flussi piroclastici.
Nella zona rossa vivono circa 500.000 persone. La zona comprende Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto, parti di Giugliano in Campania e Marano di Napoli e diversi quartieri della città di Napoli.
La zona gialla, più ampia, è invece quella potenzialmente interessata dalla significativa ricaduta di ceneri vulcaniche e comprende oltre 800.000 abitanti secondo la pianificazione nazionale.
Sono numeri che aiutano a capire perché i Campi Flegrei non siano studiati solo per una questione geologica o archeologica, ma anche per prevenire una catastrofe umanitaria senza precedenti in Europa.
Detto ciò, la zona dei Campi Flegrei rimane una tra le più interessanti del mondo, nella quale scienza e leggende, una volta tanto, possono trovare un punto di incontro.
MARIO CONTINO
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