Nel cuore dello Yorkshire, tra le rovine di quella che fu l’abbazia cistercense di Byland, è legata una delle più interessanti raccolte medievali di racconti sui morti che ritornano tra i vivi. Non si tratta di un moderno libro dell’orrore, né di una raccolta folkloristica nata in epoca recente, ma di dodici storie di fantasmi trascritte da un monaco e giunte fino a noi attraverso un antico manoscritto oggi conservato presso la British Library.
Il documento è conosciuto come Royal MS 15 A XX. Il manoscritto originario risale al XII-inizio XIII secolo, mentre le storie soprannaturali furono aggiunte successivamente, probabilmente intorno al 1400, da un anonimo religioso dell’abbazia. Una distinzione importante, perché spesso queste vicende vengono erroneamente presentate come testimonianze scritte direttamente nel XII secolo.
Il loro valore, tuttavia, non diminuisce. Anzi, proprio la loro collocazione storica permette di comprendere quanto il tema delle apparizioni fosse radicato nella cultura religiosa e nella vita quotidiana dell’Inghilterra medievale.
Dodici racconti di morti inquieti
La raccolta comprende episodi nei quali i defunti non sembrano accettare il proprio destino. Alcuni ritornano tra i vivi, altri appaiono per chiedere preghiere, mentre in altri casi gli spiriti sono associati a colpe commesse durante l’esistenza terrena.
Si tratta di racconti popolati da revenant, cioè morti che tornano fisicamente o visibilmente nel mondo dei vivi. In alcune storie l’apparizione assume caratteristiche particolarmente inquietanti: un defunto può manifestarsi in forma corporea, perseguitare i propri conoscenti o rendere necessario l’intervento della comunità.
Uno degli episodi più interessanti racconta di un uomo che, dopo la morte, torna a tormentare i vivi. La vicenda arriva a un punto tale da rendere necessaria l’apertura della tomba e la distruzione del cadavere, che secondo il racconto viene gettato in un lago. È un particolare che ricorda quanto, nel Medioevo, la paura dei morti inquieti potesse tradursi in gesti rituali dal risvolto drastico: la distruzione delle spoglie motali o degli oggetti cari al defunto.
Altri racconti presentano invece spiriti che chiedono messe, preghiere o suffragi. Il loro ritorno non è necessariamente legato alla vendetta: spesso è la conseguenza di peccati non espiati o di una condizione spirituale ancora irrisolta.
Ad ogni modo, definire queste pagine come il primo “dossier paranormale” della storia può essere suggestivo, ma non è storicamente corretto.
Il monaco che le trascrisse non stava conducendo un’indagine nel significato moderno del termine. Non raccoglieva prove strumentali, non confrontava ipotesi e non cercava di dimostrare scientificamente l’esistenza dei fantasmi. Il suo obiettivo era diverso: tramandare racconti considerati degni di nota sotto il profilo morale e religioso.
Le storie appartengono infatti alla tradizione degli exempla medievali, racconti utilizzati anche nella predicazione per mostrare le conseguenze del peccato, l’importanza della confessione e il valore delle preghiere per i defunti.
Il Purgatorio e i morti che chiedono aiuto
Uno degli aspetti di cui tener conto, nell'ambito di questo mnoscritto, riguarda il rapporto tra le apparizioni e la dottrina del Purgatorio.
In diversi racconti, il defunto torna perché ha bisogno dell’intervento dei vivi. Le preghiere, le messe e i suffragi diventano strumenti capaci di alleviare la sua sofferenza e permettergli di proseguire il proprio percorso nell’aldilà.
Questa struttura narrativa riflette bene la sensibilità religiosa medievale. Il fantasma non veniva interpretato necessariamente come lo si fa oggi, né come una presenza demoniaca, secondo una lettura che alcuni prelati hanno riproposto anche negli ultimi anni. Al contrario, era spesso considerato un’anima in difficoltà, ancora legata al mondo terreno da una colpa, da un debito morale o da una necessità spirituale.
È proprio su questo punto che, in determinati periodi e attraverso alcune interpretazioni teologiche, il cristianesimo ha mostrato una certa ostilità verso la possibilità di considerare alcune manifestazioni come fenomeni legati alla condizione dell’anima, anziché ricondurle automaticamente all’azione demoniaca e alla volontà di vessare gli esseri umani. Una lettura che, in parte, sembra riaffiorare anche in alcune dichiarazioni ecclesiastiche contemporanee.
Perché le storie di Byland Abbey sono importanti
Gli studiosi continuano a interessarsi a questa raccolta non perché dimostri l’esistenza dei fantasmi, ma perché rappresenta una fonte preziosa per comprendere la mentalità medievale.
Le dodici storie mostrano:
- quanto fossero diffuse le credenze sui morti inquieti;
- il ruolo della tradizione orale nella trasmissione dei racconti;
- il rapporto tra folklore locale e insegnamento religioso;
- il modo in cui la società medievale interpretava malattie, morti improvvise, sensi di colpa e fenomeni inspiegabili;
- l’importanza attribuita alle preghiere per le anime dei defunti.
Sono, in altre parole, documenti sulla cultura del loro tempo. Raccontano ciò che le persone temevano, ciò in cui credevano e il modo in cui cercavano di dare un significato a esperienze che non riuscivano a spiegare.
Le storie di Byland Abbey non possono essere considerate prove oggettive dell’esistenza dei fenomeni paranormali. Sono racconti medievali, filtrati dalla memoria, dalla tradizione orale e dalla sensibilità religiosa di chi li trascrisse.
Eppure conservano un fascino particolare che, in certa misura, ammalia tutti: il fascino del mistero.
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