Bloccare le strade per protestare sul clima è da stupidi

Bloccare le strade per protestare sul clima? Una protesta che finisce per danneggiare gli altri


Protestare per il clima è legittimo. Bloccare una strada e impedire a migliaia di persone di muoversi, invece, apre una questione molto diversa: quella dei limiti che una protesta dovrebbe avere quando il suo impatto ricade direttamente su persone che non hanno alcuna responsabilità nelle decisioni contestate.

Negli ultimi anni abbiamo visto più volte attivisti occupare carreggiate, autostrade e arterie cittadine con l'obiettivo dichiarato di attirare l'attenzione sull'emergenza climatica. L'argomento è semplice: creare un forte disagio per costringere politica e opinione pubblica a parlare del problema.

Ma il disagio non colpisce necessariamente chi ha il potere di cambiare le politiche ambientali. Colpisce soprattutto la gente comune.

Colpisce il lavoratore che deve raggiungere il posto di lavoro, il genitore che deve accompagnare un figlio a scuola, una persona che deve andare a prendere un bambino, chi sta andando a una visita medica o chi semplicemente sta cercando di tornare a casa. E, soprattutto, può coinvolgere anche i mezzi di emergenza.

Non è soltanto un'ipotesi teorica, è già successo e per poco ci è scappato il morto. Nel Regno Unito, durante alcune proteste di blocco stradale, sono stati documentati episodi nei quali mezzi dei vigili del fuoco e ambulanze sono rimasti coinvolti nei rallentamenti provocati dalle manifestazioni. In un episodio del 2022, un mezzo dei vigili del fuoco diretto a un intervento fu temporaneamente bloccato e arrivò sul posto 14 minuti dopo la chiamata. Gli organizzatori della protesta hanno sostenuto di avere una politica finalizzata a consentire il passaggio dei mezzi di emergenza, ma il problema pratico rimane: una strada congestionata non è sempre facilmente attraversabile.
Chi li paga eventuali danni materiali causati dalla pseudo-protesta inutile e dannosa?

E qui nasce una contraddizione che, a mio giudizio, non può essere ignorata.

Se vuoi combattere l'inquinamento, perché aumentare il traffico?

Su una strada completamente bloccata ci saranno automobili a motore spento, ovviamente, tuttavia è documentato che il traffico congestionato e caratterizzato da continue accelerazioni, frenate e ripartenze può aumentare i consumi e diverse emissioni rispetto a condizioni di circolazione più fluide. L'OCSE cita studi secondo i quali la guida in condizioni congestionate e stop-and-go può produrre emissioni locali sensibilmente superiori rispetto a una circolazione fluida.

Questo significa che trasformare una strada in un gigantesco serpentone di automobili ferme o costrette a procedere a singhiozzo non è esattamente l'immagine più coerente con una protesta contro l'inquinamento.

E non si tratta soltanto di CO₂. Il traffico stradale produce anche particolato derivante dall'usura di pneumatici, freni e superfici stradali, oltre agli inquinanti legati alla combustione. L'OCSE sottolinea che queste emissioni non di scarico rappresentano una componente significativa dell'inquinamento prodotto dal trasporto su strada.

Quindi, se l'obiettivo dichiarato è sensibilizzare sull'inquinamento, scegliere deliberatamente una modalità di protesta che genera congestione e disagi locali può apparire quantomeno contraddittorio.

Il problema delle proporzioni

Nel 2024 la Cina ha prodotto circa 12,3 miliardi di tonnellate di CO₂ da combustibili fossili e processi industriali, pari a circa il 31,8% delle emissioni mondiali considerate in quella statistica. L'India ne ha prodotte circa 3,19 miliardi, pari all'8,27%. Insieme rappresentano quindi oltre il 40% delle emissioni globali di CO₂ di quella categoria.

Questo è un dato scientifico complessivo difficile da ignorare quando si discute di una strategia climatica globale.

Se si vuole davvero incidere sulle emissioni, il problema non può essere ridotto al comportamento del singolo automobilista italiano fermo nel traffico. Servono politiche che coinvolgano i grandi emettitori, l'industria, la produzione energetica, i trasporti, le infrastrutture e i consumi.

Un'altra contraddizione riguarda l'aviazione privata.

Secondo l'International Council on Clean Transportation, nel 2023 i jet privati hanno prodotto complessivamente più gas serra di tutti i voli in partenza dall'aeroporto londinese di Heathrow. L'ICCT stima inoltre che un jet privato tipico possa produrre in un anno circa 810 tonnellate di gas serra, una quantità equivalente alle emissioni annuali di circa 177 automobili.

E il fenomeno continua a essere oggetto di discussione. Un'analisi pubblicata da Reuters nel settembre 2026 ha evidenziato la crescita dell'uso dei jet privati e il loro peso climatico, richiamando anche il tema della sproporzione tra emissioni dei grandi utilizzatori e quelle dei cittadini comuni.

È quindi comprensibile chiedersi perché una parte della protesta climatica scelga come bersaglio immediato il cittadino bloccato nel traffico invece di concentrare maggiormente la pressione sui decisori politici, sui grandi operatori economici e sui settori caratterizzati dalle maggiori emissioni.

Una protesta efficace dovrebbe riuscire a creare attenzione senza trasformare persone estranee al problema nel bersaglio involontario della protesta stessa.

Esistono sedi istituzionali, luoghi simbolici, eventi politici, aziende, infrastrutture e strumenti di comunicazione attraverso i quali è possibile esercitare pressione. Bloccare una strada può certamente attirare l'attenzione dei media: alcuni studi hanno rilevato che forme di protesta climatica particolarmente dirompenti possono aumentare la visibilità del tema e, in determinate circostanze, influenzare il sostegno pubblico verso altre organizzazioni ambientaliste.

Attirare l'attenzione e convincere le persone sono due cose diverse.

Una protesta può essere legalmente o politicamente motivata e, allo stesso tempo, suscitare ostilità in chi ne subisce direttamente le conseguenze. Se l'obiettivo è sensibilizzare l'opinione pubblica, esistono anche strumenti che non costringono il cittadino comune a pagare il prezzo della protesta.

Io, per esempio, scelgo di utilizzare gli strumenti che conosco: scrivo articoli sul mio blog, collaboro con giornali, pubblico libri e affronto temi ambientali e sociali attraverso la divulgazione e la cultura. Non blocco una strada, non impedisco a un lavoratore di raggiungere il proprio posto di lavoro e non costringo una famiglia a rimanere ferma nel traffico.

Questo non significa che il mio metodo sia automaticamente più efficace. Significa però che ritengo possibile cercare di sensibilizzare le persone senza trasformarle nel bersaglio della protesta.

Il clima è un problema reale e merita discussioni serie, dati e politiche concrete. Proprio per questo, anche una protesta dovrebbe porsi una domanda molto semplice: quale risultato concreto vogliamo ottenere e perché il metodo scelto dovrebbe avvicinarci a quel risultato?

Perché se per denunciare l'inquinamento devo produrre altro traffico, per parlare alla società devo esasperare persone che non hanno alcun potere decisionale e per difendere l'ambiente devo trasformare il cittadino comune nel mio avversario, forse vale la pena chiedersi se esista una strada più intelligente.

Io quella strada preferisco percorrerla.

MARIO CONTINO

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